SING SING SING #15 – LAVORARE CON LENTEZZA (Enzo Del Re)

Radio Alice “Dare voce a chi non ha voce”

“Radio Alice. Buongiorno. Lunedì 26 gennaio. Ieri nevicava. Stanotte c’era la luna e il 31 sarà piena. Siamo sotto il segno dell’acquario e i nati in questo giorno sono tendenzialmente azzurri, spiccata tendenza agli scioperi felici…E qui siamo sempre a radio Alice, nella nostra tana piena di esseri strani. Un quantitativo di megahertz di tipo acquario. Occhi un po’ stralunati e i nostri impianti sono sperimentali quanto noi…Ci state ascoltando sulla frequenza di 100,6 megahertz e continuerete a sentirci a lungo, se non ci ammazzano i crucchi… Radio Alice trasmette tutti i giorni dalle 6,30 alle 8,30 del mattino, così andrete a lavorare più felici, e dalle 14 alle 2 di notte, così avrete qualcosa da fare mentre aspettate di tornare al lavoro…”.

Furono queste le parole della prima puntata di Radio Alice. Costituitasi nel gennaio 1976 a Bologna, dopo alcuni mesi di trasmissioni sperimentali l’emittente iniziò a trasmettere regolarmente il 9 settembre da via del Fratello 41 nella “città delle Torri”. Animata da Franco Berardi, detto Bifo, Radio Alice, come altre radio libere di quel periodo, trasmetteva senza avere un palinsesto di riferimento.

“Radio Alice trasmette: musica, notizie, giardini fioriti, sproloqui, invenzioni, scoperte, ricette, oroscopi, filtri magici, amori, bollettini di guerra, fotografie, messaggi, massaggi, bugie”.

E proponendo programmi diversi tra loro, da quello dedicato allo yoga a quello di favole per bambini, da quello di Filippo Scozzari, imperniato sulla lettura di testi pulp, alle trasmissioni dove la diretta acquista una dimensione di primo piano, come la jam session della notte animata da gruppi musicali cittadini che si trovavano negli studi della radio per suonare dal vivo a microfoni aperti.

“Radio Alice fa parlare tutti meno: i Jabber-wock e gli zombi, i generali in pensione e i crumiri, le mamme che dicono bugie e i bambini che dicono sempre la verità, i fazizti e i farmacisti speculatori, i democristiani e i demosteniani, i fallocratici e i falliurgici, i padri macellai e i padri eterni, i leaders e gli offsiders, i pompieri e i banchieri, gli antesignani e i vessilliferi… Radio Alice fa parlare chi: ama le mimose e crede nel paradiso, chi odia la violenza e picchia i cattivi, chi crede di essere Napoleone, ma sa che potrebbe benissimo essere un dopobarba, chi ride come i fiori e i regali d’amore non possono comprarlo, chi vuol volare e non salpare, i fumatori e i bevitori, i giocolieri e i moschettieri, i giullari e gli assenti, i matti e i bagatti”.

Utilizzando un linguaggio definito “mao-dadaismo”, l’emittente, legata ai gruppi della cosiddetta “autonomia”, era protesa verso la messa in discussione, soprattutto in modo ironico, del potere. La sua costituzione si legò in Italia al Movimento del 77, un’ondata di proteste giovanili che, pur presente in molte altre città italiane, ebbe i suoi epicentri a Roma e a Bologna. Come molte altre radio libere di quegli anni, anche Radio Alice non si finanziava con la pubblicità, salvo che, per un breve periodo di tempo, con alcuni spot della casa editrice Einaudi. Il finanziamento della radio era invece basato esclusivamente sulle sottoscrizioni, realizzate soprattutto durante le assemblee del movimento. L’autofinanziamento fu sufficiente grazie ai costi molto bassi, all’impiego di tecnologie essenziali, all’ampia base di volontariato, e alla quasi totale mancanza di spese vive. Le tecnologie e la presenza in radio di materiali musicali furono assicurate da uno dei redattori, proprietario di un negozio di dischi e di strumenti musicali. Secondo il racconto di Franco Berardi “in poche settimane si costituirono redazioni decentrate, ma soprattutto dalla radio passava chiunque aveva qualcosa da dire”. Fra le persone che collaborarono a Radio Alice si ricordano il fumettista Andrea Pazienza e il semiologo Paolo Fabbri. L’informazione era ancorata ai grandi temi che animavano le discussioni nelle assemblee del movimento, ma era spesso frutto di telefonate, come quella che Berardi realizzò con Giulio Andreotti spacciandosi per Umberto Agnelli. Anche gli ascoltatori estranei al movimento rimasero colpiti dal nuovo modo di fare radio, sebbene spesso i dissensi fossero molto forti. Fra i più netti, da un lato quelli con il Pci bolognese e con L’Unità, dall’altro con il giornale cittadino, di orientamento conservatore, Il Resto del Carlino che scrisse: “Radio Alice trasmette messaggi su carta igienica”.
Contestualmente si andavano delineando rapporti di collaborazione con altre emittenti di analogo orientamento, come Radio Blu a Roma e Canale 96 a Milano, fino ad arrivare alla costituzione di una Federazione delle Radio Emittenti Democratiche, primo esperimento di network composto da radio libere, diretto da Roberto Rosellini.
La radio riuscì ad aprirsi a un pubblico più vasto, grazie al mezzo del microfono aperto che permise una vasta partecipazione. In quei mesi, infatti, il clima in Italia e a Bologna era incandescente. Proprio nel capoluogo emiliano l’11 marzo 1977, durante una carica dei carabinieri, fu ucciso lo studente Francesco Lorusso, militante di Lotta continua. Gli studenti occuparono per i tre giorni successivi la zona universitaria, da dove furono sgomberati con l’intervento dei blindati inviati dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Le trasmissioni di Radio Alice furono interrotte il 12 marzo, con l’irruzione della polizia mentre l’emittente trasmetteva in diretta, e con l’accusa di aver fomentato gli scontri del giorno prima. Alcuni redattori vennero arrestati, altri sfuggirono all’arresto dandosi alla latitanza. Il 13 marzo, per alcune ore e con mezzi di fortuna, la radio riaprì sotto il nome di Collettivo 12 marzo; all’arrivo della polizia, i redattori fuggirono dai tetti. Il 14 marzo, mentre erano ospitati da Radio Ricerca Aperta, emittente degli Anarchici che rispetto alle altre trasmetteva su onde medie, altri redattori vennero arrestati insieme ai “padroni di casa”.
Radio Alice riaprì circa un mese dopo e continuò le trasmissioni ancora per un paio d’anni, ma senza l’apporto dei fondatori; col passare del tempo, infatti, l’ala vicina all’Autonomia Operaia organizzata aveva conquistato l’egemonia dell’emittente. Infine, la frequenza della radio venne ceduta a Radio Radicale.
La “diretta” dell’irruzione e della chiusura fu forse la più celebre trasmissione dell’epoca delle radio libere.

[ore 23.15]
Valerio dall’altra stanza: Avete il mandato?
Voce di poliziotto: Si
Si sente lo squillo del telefono:
Mauro al telefono: Alice?
Valerio dall’altra stanza: Fai vedere?
Voce di poliziotto: Sì, apri la porta
Valerio dall’altra stanza: Prima voglio vedere il mandato.
Mauro al telefono: Metti giù c’e’ la polizia, qui sopra da noi.
Antonio: Scappiamo di sopra, scappiamo lì.
Mauro: Piano, ragazzi.
Un compagno: Su, su aspettate. Non aprite, non aprite fin quando non arriva qualcuno …
Mauro al telefono: Pronto, Alice?
Valerio: C’hanno le pistole puntate, non apriamo un cazzo …
Mauro: Sì, c’è la polizia, se trovi qualcuno del collettivo giuridico di difesa, immediatamente qui!
Un compagno: No, ma non scappate dalla finestre
Mauro al telefono: Non me frega niente …Ascolta, è più importante … Ascolta lascia giù ti prego.
Attenzione, a tutti gli avvocati, a tutti i compagni che ci sentono, che si mettano in comunicazione con gli avvocati.
Attenzione a tutti i compagni che ci sentono: tentino di mettersi in comunicazione con l’avvocato Insolera e con gli
altri del Collettivo Giuridico di difesa.
Voce di sottofondo: Ci spara la polizia, ci sparano!
Mauro: Daniela, se sei alla radio stai calma!

Antonio: Sono entrati, sono qui!!!
Valerio: Sono entrati!!! Sono entrati! Siamo con le mani alzate, sono entrati, siamo con le mani alzate…
(Rumori di attrezzature smosse)
Valerio: Ecco, stanno strappando il microfono…
Polizia: Mani in alto eh!
Valerio: Ci abbiamo le mani in alto. Stanno strappando il microfono…hanno detto … questo è un posto del mandato…
SILENZIO …

STORIA DELLE RADIO LIBERE Gli anni Settanta hanno visto la nascita di nuove forme di comunicazione giovanili legate al movimento di contestazione iniziato nel ’68.
Migliaia di emittenti locali si diffusero in tutta la penisola, sulla scia delle prime radio “libere” che da alcuni anni trasmettevano dall’estero: Radio Montecarlo, Radio Lussemburgo, Radio Capodistria e oltre oceano da S. Francisco e altre città statunitensi. La prima radio libera italiana fu Radio Sicilia Libera, la “radio dei poveri Cristi” di Danilo Dolci, che aveva cominciato a trasmettere illegalmente dalla valle terremotata del Belice nel 1970. Un caso isolato, subito soffocato.
Alla necessità di molti giovani di esprimere liberamente i propri gusti musicali si aggiunse in diversi casi la volontà di usare il mezzo radiofonico come grancassa delle idee rivoluzionarie che accomunavano il mondo studentesco e operaio. Particolarmente emblematico per le radio è stato il ‘77, rappresentato dalle esperienze bolognesi e romane. Trattavano temi sicuramente innovativi, per qualcuno anche scomodi. L’obiettivo era dar voce a chi non l’aveva: alle minoranze, a chi era escluso dai media tradizionali e a chiunque volesse esprimere liberamente la propria opinione.
Erano affrontati temi importanti per l’epoca come il ruolo della donna, le lotte degli operai e degli studenti, era promossa l’arte e trasmessa la musica alternativa, rivolgendosi per lo più ai giovani, informando e sperimentando, inventando forme nuove di linguaggio, di comunicazione, di contatto e di partecipazione. Nacque così, pur con qualche iniziale ingenuità, un nuovo modo di fare radio, votato all’improvvisazione. Tra emittenti più marcatamente politicizzate e altre, viceversa, con uno stile più leggero, spicca in ogni caso il ruolo di primo piano finalmente assegnato alla musica: la radio diventa per molti ragazzi italiani una finestra sul mondo, un’occasione per incontrarsi e confrontarsi.
Quella stagione fu celebrata da Eugenio Finardi con la canzone “La radio”, che enfatizzava la radio come strumento d’informazione libera e “non invasiva”, ed esprimeva l’entusiasmo per un nuovo strumento di comunicazione. A Radio Alice a Bologna seguirono emittenti ormai diventate storiche come Radio Popolare a Milano, Radio Città Futura, Radio Onda Rossa e Radio Blu a Roma, Radio Savona Sound, Radio Parma, Radio Radicale, e la piccola Radio Aut di Peppino Impastato in Sicilia. Nacque così lo slogan “piccolo è bello!”: il localismo si affermava contro il valore
dell’egemonia nazionale. Nel 1979 le emittenti private locali arrivarono a essere circa 2600.

LAVORARE CON LENTEZZA

“Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo, chi è veloce si fa male e finisce in ospedale, in ospedale non c’è posto e si può morire presto”.

Nel 1974 in un piccolo albergo di Bologna Vincenzo Del Re, conosciuto come Enzo Del Re, “il cantastorie di Mola (di Bari)”, scrisse “Lavorare con lentezza”. Ben presto quelle strofe ritmate e cantilenanti, contenute nell’LP “Il Banditore”, divennero un inno di lotta e protesta per il Movimento Studentesco del ’77 e furono scelte come sigla di apertura e di chiusura delle trasmissioni di Radio Alice.
A quasi trent’anni di distanza il registra Guido Chiesa ha riacceso quei microfoni e ha raccontato prima in un documentario, e poi nell’omonimo film, la storia di quelle voci piene di speranza ed entusiasmo che parlavano e urlavano sull’onda dei “100 Mhz tondi tondi”. Utilizzando come strumento una sedia di legno e chiedendo come cachet il minimo sindacale della paga di una giornata di lavoro di un metalmeccanico, Del Re era uso lanciarsi in performance imprevedibili e provocatorie, vere maratone con cui intendeva rappresentare e denunciare l’infinita ripetitività del lavoro in fabbrica. In un’epoca in cui il rifiuto del lavoro assumeva per molti un valore morale e ideale, Del Re ha rappresentato l’utopia più estrema della ribellione e della denuncia. Pur essendo diplomato al Conservatorio di Bari, aveva infatti rifiutato l’uso di strumenti classici per adottare materiali poveri e di recupero (cartoni, oggetti disparati), trasformando le canzoni in recitativi monodici con un accompagnamento ritmico molto sostenuto.
Scomparso nel giugno 2011, viene così ricordato da Vinicio Capossela: “Per tutta la vita è stato anarchico e ha vissuto, senza compromessi, i suoi principi etici e politici fino alle estreme conseguenze, fino ad andarsene in completa solitudine, nella stanza di casa sua, nel paese in cui è nato, cresciuto e morto”.

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