SING SING SING #21 – OLTRE IL PONTE (Italo Calvino)

 MUSICA E RESISTENZA

I canti della Resistenza antifascista sono parte integrante del nostro canzoniere nazionale, e contribuiscono a ricostruire il clima popolare di quella lotta partigiana  cui si deve la salvezza dell’onore del nostro Paese. Dalle belle città, Bella Ciao, Fischia il vento, Pietà l’è morta, Compagni fratelli Cervi, Firenze sogna, Festa d’aprile, La Brigata Garibaldi, Badoglieide sono solamente alcuni dei titoli più conosciuti. Canzoni corali o solistiche, tragiche o sbarazzine, cupe o allegre: sono le canzoni dei partigiani, motivi e parole nati sulle montagne o nelle città, prendendo spesso a prestito vecchi ritornelli della Prima guerra mondiale o sentiti nella campagna di Russia o di Grecia. La musica della Resistenza assolve a un’importante funzione: al pari della stampa clandestina, si presenta come strumento di comunicazione  che consente di diffondere episodi e avvenimenti di cronaca e al tempo stesso le idee portanti della lotta di Liberazione. La canzone, facilmente assimilabile, diventa veicolo di  identificazione e di integrazione per uomini accomunati dalle medesime aspirazioni di libertà e di riscatto.

Caratteri distintivi della Resistenza italiana e dell’identità dei suoi protagonisti sono impressi nei canti, che offrono una peculiare angolatura per rievocare e analizzare in forme inedite storie, situazioni, culture, aspettative della lotta. I canti partigiani sono un documento che consente di scoprire gli intrecci fra l’attivo rifiuto del fascismo e delle sue guerre e gli effetti della cultura che caratterizzò l’Italia del periodo tra il primo e il secondo conflitto mondiale. Accanto alle ragioni di scelte che si moltiplicano dopo l’8 settembre troviamo così perduranti influenze di una cultura di massa nell’Italia fascista (con i film di consumo, la pubblicità, le canzonette trasmesse dall’Eiar) o delle martellanti formule autoritarie della propaganda del regime incontrate a scuola e nelle piazze. Il retaggio che studenti e intellettuali portano con sé nelle formazioni si intreccia con gli approcci e le esperienze culturali di contadini e operai, donne e giovani, riflettendo la composizione sociale diversificata dell’armata partigiana.

“Nell’estate del 1944, cioè al culmine della guerra di liberazione, non vi è reparto partigiano di qualche importanza che non abbia il suo giornale e la sua canzone corale: questo è il fatto nuovo su cui sembra necessario dare qualche prima indicazione di massima…” affermò Roberto Battaglia, storico e partigiano italiano, Medaglia d’argento al Valor militare. L’intellettualità antifascista produsse nella Resistenza un grandissimo numero di opere, molte delle quali videro la luce ed ebbero una diffusione di massa anche ad anni di distanza dalla Liberazione. Perfino opere di straordinario rilievo come le “Lettere di condannati a morte della Resistenza Italiana (8 settembre 1943-25 aprile 1945)”, curato da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, pubblicate la prima volta nel gennaio 1952 da Einaudi, non sfuggono a questa sorte: scritte in sincronia storica con la lotta di liberazione da uomini che incarnano singolarmente la Resistenza, videro la luce e conobbero una diffusione di massa soltanto molto più tardi. Uniche produzioni che sfuggono a questa sorte sono la stampa clandestina ed i canti partigiani, entrambe legate ad una analoga questione di “funzione”: stampa e canti si presentano come strumenti che consentono di diffondere storie, episodi e idee; sono facilmente assimilabili a livello di massa e sono veicolo di identificazione per uomini accomunati dalle medesime aspirazioni di riscatto. Per i ceti popolari il canto ha sempre rappresentato un importante  strumento di espressione fra i più diretti e immediati, un vero e proprio mezzo di comunicazione del “sapere”: la concezione della vita e del mondo di quei ceti permea di sé canti e favole, aneddoti e proverbi. Il fatto che fra le formazioni partigiane sia fiorito “spontaneamente” l’uso del canto, di una forma di comunicazione tradizionale propria delle classi socialmente subalterne, è la prima conferma del carattere popolare della Resistenza e della rottura totale, sul piano culturale oltre che politico, con il fascismo.

OLTRE IL PONTE

«C’è che noi nella storia siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? Uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi»

(Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno)

L’attività letteraria di Italo Calvino è lunga e varia e comincia a vent’anni, quando nel 1944 il giovane scrittore lascia la facoltà di Agraria per raggiungere la Brigata comunista Garibaldi, rifiutando l’arruolamento nella Repubblica Sociale. Ricordo e testimonianza letteraria di quel periodo, che fu breve ma ricco di esperienze formative, è “Oltre il ponte”, un canto scritto da Calvino nel 1958 e musicato da Sergio Liberovici  l’anno seguente. Dato l’anno in cui fu composto, non può essere annoverato tra i canti nati durante la guerra di Liberazione, pur appartenendo di diritto ai Canti della Resistenza.

Oltre il ponte è, infatti, una composizione concepita nell’ambito di “Cantacronache”, un movimento culturale in cui ricercatori, musicisti e scrittori si prefissero di porre l’attenzione su temi di carattere sociale e politico, ereditati dalla Lotta di Liberazione, in cui la trasmissione di pensieri e messaggi avvenisse tramite la riproposizione musicale di canti popolari e colti. Lo scrittore rievoca la stagione dei suoi vent’anni quando, presa la strada dei monti, tanti giovani avevano combattuto per costruire un’umanità più giusta per se stessi e per i loro figli. Il “ponte” tenuto in mano nemica, forse al centro di un’azione militare, diventa metafora dell’arduo passaggio da una condizione che mortifica l’uomo privandolo della libertà ad un mondo più giusto e più lieto, dove si può amare e coltivare la speranza. Alla ragazza dalle guance di pesca, simbolo di una giovinezza splendente e inconsapevole, che non ha vissuto la storia di ieri, lo scrittore addita quel ponte di valori autentici che porta verso l’amore e il bene.

L’obiettivo di Calvino è quello di tramandare alle nuove generazioni la speranza di un «avvenire più umano, e più giusto, più libero e lieto». Il testo vede un ex-partigiano raccontare alla sua giovane figlia le sue avventure in guerra, ricordandole quanto i ragazzi dell’epoca sono scarsamente interessati dalla storia, anche se molto recente. Solo comunicando ai figli il significato vero della lotta non andrà perduta quella spinta verso la redenzione umana che ha animato la Resistenza. Nelle parole di questa canzone Calvino rievoca il suo impegno e quello di tanti giovani per liberare il proprio Paese dal nazifascismo, con la nostalgia dolce-amara dell’ingenuo manicheismo tipico dei giovani: “Tutto il bene del mondo oltre il ponte tutto il male avevamo di fronte. Tutto il bene avevamo nel cuor. A vent’anni la vita è oltre il ponte oltre il fuoco comincia l’amor”.

Nel 2005, all’interno dell’album collettivo “Appunti Partigiani”, i modenesi Modena City Ramblers ripropongono il brano insieme al drammaturgo Moni Ovadia, con un arrangiamento musicale ispirato alla musica originale di Liberovici e alla tradizione irlandese.

http://www.youtube.com/watch?v=PJlAVidYtlM

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