Focus Lavoro ~ UNA CONCERTAZIONE (ANCORA) POSSIBILE

«Se per concertazione si intende decidere insieme, allora questo non è un governo di concertazione». Così a luglio 2012 all’assemblea di Confcommercio l’ex ministro del Lavoro Elsa Fornero intervenne nella polemica tra il Presidente del Consiglio Monti e i sindacati, rivendicando il valore della riforma del lavoro non come strumento di compromesso ma come un buon punto di equilibrio tra esigenze diverse. «Io penso che sia importante dialogare con le parti sociali», aggiunse Fornero, sottolineando come «anche in mancanza di un accordo le decisioni vanno prese. Assumerle tutti insieme può contribuire a deresponsabilizzare».
Pur riconoscendo alla concertazione un ruolo molto importante in una certa fase storica del paese, Fornero opera una vera rivoluzione semantica di un principio protetto a livello costituzionale. Sebbene la filosofa Hannah Arendt in “Vita Activa” dicesse che in un mondo governato dalla parola e dai media le più efficaci riforme sono quelle semantiche, l’ex ministro con questa affermazione priva la concertazione del significato e del valore storico acquisito nella vita del paese.  Svuotando d’importanza l’efficacia del confronto triangolare tra politica e parti sociali per affrontare temi legati al mondo del lavoro e trovare un accordo che crei politiche condivise da tutti i protagonisti.
Figlia del complesso dibattito neocorporativo a livello europeo, la concertazione è entrata nel panorama politico italiano alla metà degli anni Settanta, trovando una sorta di “formalizzazione” negli anni Novanta, e in particolare nel luglio del 1993 quando venne messo nero su bianco il protocollo che la rendeva una pratica normale del confronto politico tra le parti.

LA LUNGA MARCIA DELLA CONCERTAZIONE ITALIANA                                Attaccata da destra e da sinistra, più volte dichiarata morta, la concertazione è stata in realtà la chiave di volta della storia italiana delle relazioni industriali degli ultimi trent’anni. Una storia che si può far iniziare con l’accordo interconfederale sul costo del lavoro del gennaio 1977, quando vennero proposti obiettivi come il contenimento del costo globale del lavoro, l’aumento della produttività, la creazione di condizioni per nuovi investimenti per lo sviluppo del Mezzogiorno. La contropartita richiesta al sindacato in quell’occasione era l’accettazione degli effetti negativi dovuti al processo di riconversione produttiva nel settore industriale.
Il metodo concertativo trovò piena applicazione nel Protocollo Scotti del 1983 tra governo e parti sociali. Nell’intento di ridurre il tasso d’inflazione e di affrontare il problema dell’occupazione, il governo si impegnò ad intervenire in ambiti come il prelievo fiscale sul reddito, gli assegni familiari, le tariffe e i ticket sanitari, in modo da incidere sulla distribuzione del reddito. Il Protocollo d’intesa del 1993 stabilì quasi un codice di regole della concertazione, tanto da essere definito dal giurista Franco Carinci come «la costituzione materiale delle relazioni industriali». L’accordo del 1993 immaginò la costituzione di un contratto collettivo nazionale di lavoro di categoria e un secondo livello di contrattazione aziendale o alternativamente territoriale.                                                      «Nel 1993, nel pieno della crisi economica e istituzionale della prima repubblica» racconta Nino Cortorillo, segretario nazionale della Federazione italiana lavoratori dei trasporti della Cgil, «la concertazione rappresentò lo strumento fondamentale per tenere insieme la prospettiva di restare in Europa, di governare una politica dei redditi in una fase di svalutazione della moneta e di determinare regole con le quali si sarebbero rinnovati i contratti».
L’ultima tappa fondamentale nella storia della concertazione deve essere considerata il Patto del lavoro del 1996 che affidò alla contrattazione territoriale il compito di dirigere la concertazione fra le parti sociali verso sviluppo e occupazione. Un’anticipazione del Patto sociale per lo sviluppo e l’occupazione del 1998, chiamato anche Patto di Natale, che accentuò la tendenza verso l’istituzionalizzazione degli accordi triangolari, tendendo a trasformare la prassi della concertazione in metodo per la formazione delle decisioni e delle politiche pubbliche, vincolante per Governo e parti sociali. Uno spartiacque decisivo nell’istituzionalizzazione della concertazione a livello regionale che, arricchito dalle sollecitazioni della Comunità Europea, dà il via anche ad una attività di contrattazione a livello territoriale. Dallo Statuto dei lavoratori al Libro bianco, dai primi tentativi di negoziazione trilaterale al Protocollo del 1993, quella che si delinea non è solo una storia delle relazioni sindacali nel nostro paese, ma anche una riflessione teorica che per la prima volta tenta di definire il metodo della concertazione attraverso i fatti storici, giuridici e politici sullo sfondo. Un’indicazione particolarmente attuale nell’Italia dello scontro bipolare, della frammentazione sindacale, dove la faglia dei conflitti politici rischia sempre più spesso di trasformarsi in frattura sociale.

LA SITUAZIONE ATTUALE
Quello che si registra oggi è sicuramente una certa confusione tra concertazione e consociativismo. Non sono forse chiaramente tenute distinte, infatti, due idee: l’arrivare a costruire documenti condivisi e il proporre un metodo di governo al ribasso dove gli accordi tra le parti sono finalizzati a evitare lo scontro sociale piuttosto che la crescita dell’economia e del mondo del lavoro. Se la prima è un valore aggiunto all’azione politica, la seconda ne costituisce un limite.
Negli ultimi anni lo scontro tra governo e sindacati si è fatto sempre più duro, rendendo la concertazione difficile, se non impossibile. Lo scontro tra i governi Berlusconi e la Cgil, spesso accusata di fare opposizione a prescindere, ha reso il confronto tra politica e parti sociali praticamente impossibile. Stallo accresciuto anche dalla perdita di peso e rappresentatività delle tre maggiori sigle confederali e dall’acuirsi dello scontro con il governo. «Non c`è alternativa alla concertazione in nessun paese a democrazia matura e a economia avanzata», ha più volte dichiarato Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil nazionale, criticando l’atteggiamento di chiusura della politica alle relazioni con le organizzazioni dei lavoratori. «Le rappresentanze sociali sono elette e misurate sulla base del consenso. Prendere lezioni di democrazia da chi è cooptato e non si è misurato col voto è un po’ imbarazzante per il futuro democratico del Paese». Un attacco durissimo della leader sindacale che mette una pietra sopra ogni possibile forma di partecipazione di grandi organizzazioni di interessi a decisioni di politica economica e sociale, mediante accordi e pratiche di partecipazione e collaborazione con l’esecutivo. In Italia l’esperienza concertativa, già contrassegnata da forti tensioni politiche e sindacali e da una spiccata instabilità, si è così irrigidita su convergenze più implicite che esplicite.

IL NUOVO GOVERNO ALLA PROVA DELLA CONCERTAZIONE                                 Al di là dei risultati più o meno positivi per il governo e per le esigenze delle parti sociali, la concertazione resta comunque l’unica invenzione di democrazia partecipativa realmente sperimentata a livello macroeconomico. «Le analogie sono molte ma i soggetti, politici, sociali ed economici sono diversi e 20 anni di storia non consentono di replicare intatto quel modello» spiega Cortorillo. Resta ancora forte, però, «l’esigenza di decidere come affrontare una crisi economica e sociale ormai decennale che sta cambiando non solo i dati statistici (reddito, povertà, disoccupazione, etc.), ma la condizione materiale delle persone». Dentro un declino che incide su welfare, occupazione e reddito, «un nuovo modello che unisca obiettivi e regole e che tenga insieme i bisogni del paese e del mondo del lavoro è indispensabile» sottolinea Cortorillo.
Obiettivi e regole che possono essere condivisi da sindacati e datori di lavoro, ma che «richiedono una assunzione di responsabilità anche da parte della politica». Il nuovo governo, visto il periodo di forte instabilità e le numerose richieste da parte dei lavoratori, dovrà affrontare un’importante sfida. Rilanciare la concertazione, confrontandosi con le parti sociali ed evitando scontri, soprattutto se sarà un governo debole e di passaggio. O, se avrà la forza politica per decidere autonomamente, chiudere un’esperienza di collaborazione e accordo che ha caratterizzato la storia recente delle relazioni industriali nel paese, e che può ancora segnarla positivamente.

Silvia Morosi

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