Milano vista da Oreste Pivetta: “Città dell’accoglienza che sa offrire ancora occasioni di lavoro”.

Dicono che Milano è una brutta città, dove d’estate fa caldo e ci sono le zanzare. Dicono che a Milano fa freddo e piove sempre. Dicono che Milano è rivestita di cemento e di nebbia. Dicono che Milano non è una città d’arte, paragonandola a Roma e Firenze. Dicono che i milanesi lavorano e basta e vanno sempre di fretta, con gli occhi fissi sull’orologio. Ma non dicono che ci sono sere in cui, alzando lo sguardo, si vedono cieli azzurri e tramonti rossi. Non dicono che a Milano, dietro il profilo dei grattacieli illuminati, le coppie di innamorati ancora si baciano. Non dicono che in certe giornate d’inverno si riescono a toccare con un dito le montagne, il Resegone, la Grigna e il Resegone. Non dicono dell’atmosfera magica che si respira guardando dai finestrini dei vecchi tram il Duomo e il Castello, per poi perdersi nelle strette vie del centro. Non dicono del fascino discreto della “città di acqua e di terra”, delle notti passate a giocare con l´eco in piazza Mercanti. Non dicono della tradizione ambrosiana di solidarietà che la contraddistingue. Una città che cambia e si trasforma ogni giorno, nei cortili, negli scorci inaspettati, nei dettagli nascosti. Una città tutta da narrare. Ci ho provato insieme a Oreste Pivetta, giornalista, scrittore e critico letterario. Nato nel 1949 a Milano, laureato in Architettura al Politecnico, è stato capocronista, responsabile delle pagine culturali, caporedattore, inviato, notista politico all’Unità.

Da architetto, come vede i cambiamenti che Milano ha subito negli ultimi vent’anni? Che cosa ricorda con maggiore nostalgia?

La nostalgia è un sentimento della vita. Come tutti (o come la maggioranza di noi) mi ritrovo spesso a ricordare il passato, da solo o conversando con altri. Non ho memoria ferma di luoghi: potrei citare i campetti di calcio attorno al Politecnico, ormai scomparsi, sommersi da nuove costruzioni, le strade attorno alla facoltà di architettura quasi vuote di macchine, la Bovisa dei gasometri ripresa da tanti pittori del Novecento, via Ollearo che si affacciava sulla ferrovia, che la chiudeva, una strada che era per noi bambini teatro di furibonde battaglie con le cerbottane… Brera, corso Garibaldi, ponte Vetero, allora, quando frequentavo il liceo Parini strade di un quartiere popolare…
Però confesso: più che nostalgia avverto dispiacere, delusione, rabbia, perché Milano mi è sempre apparsa non solo città di grande storia  e di grande vitalità (in tutti i sensi, politica e culturale), generosa, combattiva, ma anche città di grandi possibilità, affascinante pure da un punto di vista estetico, sempre premiata, dopo  le tragedie vissute, dalla disponibilità di grandi risorse, anche materiali, che avrebbero potuto darle una immagine di grande bellezza. Non solo i Navigli… Pensiamo a che cosa ha significato la dismissione di enormi aree industriali lungo direttrici diverse (Milano-Sesto, ovest dalla Fiera Campionaria al Portello ad Arese, Rogoredo, eccetera eccetera) e quali possibilità di trasformazione avrebbero consentito. Dalla crisi del manifatturiero si sarebbe potuto trarre occasioni di rinnovamento della città, dal punto di vista dei servizi, dei trasporti, della residenza, del lavoro, persino dell’aria… Invece quelle aree sono state in genere consegnate ad interventi di mediocre, banale architettura, con densità e volumetrie insensate (e improduttive), interventi dettati per lo più da un disegno di bassa speculazione finanziaria e dalla miope logica di amministrazioni, che hanno cercato di aggiustare i loro bilanci raccattando oneri di urbanizzazione (ricordando che in questa impresa in prima fila sono state a Milano le amministrazioni Albertini e Moratti).

Da una parte la città che cresce in  verticale con il rinnovo del quartiere di Porta Nuova e City Life, dall’altra ancora numerose aree abbandonate anche all’interno della città. È questa una contraddizione o un segnale di sviluppo?

Torno ad un episodio di qualche anno fa. Un gruppo di giovani artisti occupò la Torre Galfa, un edificio alto, accanto alla Stazione Centrale, progettato negli anni cinquanta da  Melchiorre Bega. Vuoto da anni, abbandonato, malgrado la sua posizione, in un quartiere importante, fortemente infrastrutturato. Si venne a sapere che la Torre Galfa era (forse lo è ancora) di proprietà di Salvatore Ligresti, che intanto aveva costruito una serie di torri alla periferia ovest di Milano, all’altezza dello snodo autostradale di piazzale Kennedy. La domanda (retorica) sarebbe: perché costruire quelle nuove torri rimaste vuote (come denunciò anche un servizio televisivo) e intanto abbandonare la ben più pregevole Torre Galfa? Domanda retorica, ovviamente… La risposta sta nell’uso “privato” degli strumenti urbanistici, piegati all’interesse di questo o di quello, nella cosiddetta “valorizzazione” delle aree, nei meccanismi di finanziamento da parte delle banche… Quanto è avvenuto in Spagna dovrebbe aiutarci a capire e peraltro sono pratiche antiche. Percorrendo la città a piedi o traversando alcune zone in treno si resta colpiti dalla quantità di edifici anche di grandi dimensioni, anche di recente costruzione dimenticati, destinati alla rovina. Anche questi edifici dovrebbero essere considerati “risorse”, mentre sono diventati soltanto “spreco”.

Come vede un architetto il passaggio da una città con un’edilizia organizzata su sei/sette piani a uno sviluppo in verticale degli ultimi decenni?

Non lo capisco, cioè non ne capisco la ragione dal punto di vista degli interessi collettivi e ripensando alla storia e al presente di Milano: Milano non è New York e neppure Dubai e qualche rispetto della sua cultura e della sua tradizione lo si dovrebbe coltivare, Milano – come si diceva – è una enorme riserva di edifici dismessi, la cui disponibilità avrebbe dovuto dettare la pianificazione dello sviluppo della città. Comunque i grattacieli sono stati costruiti: se siano belli o brutti non mi pare importi più di tanto, colpisce dei nuovi quartieri (non solo di grattacieli: penso a City Life) l’incapacità di interagire con il contesto, il segno invece di una rottura della continuità urbana e di un isolamento e questo parla di cattiva architettura e di cattiva urbanistica.  Aggiungo una considerazione: si dovrebbe sempre pensare che Milano sta in una provincia, che sta in una regione, si dovrebbe pensare ad un riequilibrio di funzioni. Ad esempio: il grattacielo della Regione Lombardia (ammesso che fosse necessario realmente), struttura per definizione di interesse regionale, perché costruirlo in un’area (via Melchiorre Gioia) congestionata e non ad esempio a Rho Pero, accanto alla Nuova Fiera e al prossimo Expo, in un’area dotata di ferrovie, metropolitana, autostrade, aeroporto, facilmente accessibile da ogni città della regione.

Milano si prepara ad accogliere nel 2015 l’Esposizione Universale. Solo aspetti positivi?

Ho sempre “temuto” l’Expo. Come temo Olimpiadi o altre simili manifestazioni, facilmente occasione di abusi, di illeciti profitti, di ruberie. Ma una volta deciso che l’Expo si sarebbe fatta a Milano, sarebbe stato da subito necessario e sarà ancora necessario il massimo impegno. Il tema proposto è bello e coraggioso, allude a una possibile grande innovazione. L’opportunità che viene offerta a Milano in tempi di crisi economica è concreta. Ho sempre pensato però ad un Expo diffusa: non solo Rho Pero, ma l’intera città e il suo hinterland dovrebbero essere investititi da un processo di risanamento ambientale-ricreazione ambientale. Penso ai parchi del nord ovest che andrebbero efficacemente connessi, all’ex Paolo Pini, ai navigli….  Penso che qualcosa in questo senso si stia realizzando. Ma il problema dell’Expo è il “dopo-Expo”: cioè come utilizzare quanto si sta costruendo (mi pare che il progetto di Expo contenga forti elementi in ragione del riuso successivo).

Nel 1990 scrisse con Pap Khouma “Io, venditore di elefanti”, la storia di un povero immigrato africano che, giunto nel nostro paese, finisce per fare il vucumprà con tutti i problemi che questo comporta. Come vede oggi il fenomeno dell’immigrazione nella nostra città?

La presenza di immigrati a Milano è “tangibilmente” forte. Mi pare che le inevitabili difficoltà di convivenza non abbiamo mai prodotto momenti di tensione di particolare gravità, al di là di qualche episodio (inasprito da prevedibili strumentalizzazioni politiche, in particolari frangenti: cortei, fiaccolate, manifestazioni davanti ai campi rom). Evidentemente Milano è davvero città dell’accoglienza. Soprattutto Milano è città che sa offrire ancora occasioni di lavoro.

Una data e un libro che raccontano per lei Milano

Ricorderò un grande scrittore, Giovanni Testori, cominciando dai racconti del “Ponte della Ghisolfa” e della “Gilda del Mac Mahon”. Vorrei ricordare anche Corrado Stajano e tanti suoi libri, uno in particolare per quanto riguarda Milano e cioè “La città degli untori”. La data? Le date: il 25 Aprile 1945, il giorno della Liberazione, e il 12 dicembre 1969, il giorno della strage di piazza Fontana. Sono punti di svolta nella storia di Milano e dell’Italia.

La scrittrice Paola Calvetti nel 2010 descrisse Milano come una città bella ma malata di solitudine, nella quale gli abitanti ragionano sul “farò” e non sul “faccio”. Cosa pensa di questa riflessione?

Francamente non so rispondere a questa domanda. Capisco come tanto e tutto ruoti attorno a quel verbo: “fare”. Ma vale per chiunque di noi, ovunque. Penso sempre a una frase di don Milani, riferita in un bellissimo libro, “Non so se don Lorenzo” (Feltrinelli), da Adele Corradi, un’insegnante che lavorò a lungo nella scuola di Barbiana. Interrogato dai ragazzi sul tempo da dedicare al lavoro e quello da riservare alla preghiera, don Milani rispose che se c’era urgenza bisognava agire e che sarebbe stato urgente pregare quando a tutti sarebbe sembrato importante operare. Voleva dire: tradurre nelle opere il contenuto della preghiera, esercitare una cultura del fare contro la retorica, contro la falsa ideologia (non contro le idee), contro l’astrattezza dei buoni sentimenti. C’è traccia di questo insegnamento nello spirito di Milano? Non sempre, ma in certi luoghi, in certi momenti, direi di sì. La stessa chiesa milanese se ne è fatta e se ne sta facendo interprete, attraverso i suoi vescovi (Martini, Tettamanzi) e attraverso i suoi preti (don Colmegna, don Gino Rigoldi e tanti altri).

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Domino e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...