“Ero carcerato..”: il cardinale Scola incontra i detenuti di Opera

“Nel terzo millennio, più che rinnovare le carceri, è ora di trovare nuovi metodi per l’espiazione della pena”. Così il cardinale Angelo Scola ha commentato le condizioni disumane degli istituti di detenzione italiani, celebrando alle 16.00 la S. Messa di Natale nel Carcere di Opera. “Non intendo dire – precisa l’Arcivescovo – che devono essere chiusi gli istituti di pena, ma che a partire dalle tante esperienze buone che vedo nelle carceri è possibile introdurre qualcosa di nuovo nel percorso di ripresa cui è chiamato ogni detenuto in quanto uomo”. Il cardinale non ha una ricetta, ma suggerisce di partire da ciò che educa l’uomo, cioè “i fondamentali della vita: l’esperienza degli affetti, del lavoro, del riposo, del dolore, dell’edificazione della società”. Tenendo presenti, aggiunge, “le giuste esigenze di sicurezza” e al contempo “senza alimentare le paure della società, che sono sempre cattive consigliere”. L’Arcivescovo si è rivolto direttamente ai circa 300 detenuti che hanno assistito alla celebrazione, invitandoli in qualche modo a non trovare scuse, a non rassegnarsi. Le spesso difficili condizioni di detenzione non devono essere motivo, spiega, per pensare “cambierò quando ci saranno le condizioni adatte per farlo”. Il cambiamento, aggiunge Scola, “è personale e in quanto tale può avvenire in ogni momento. Non dipende dall’esterno, ma da me”. I carcerati, prosegue, “mi hanno spesso dato testimonianza della coscienza acuta di una necessità di questo lavoro di ripresa. Un processo che può travolgere i limiti delle carceri che ben conosciamo”. L’invito dell’Arcivescovo è a “cambiare ad esempio il modo di vivere, di intendere l’amore, di educare i figli. Perché anche privati della libertà fisica potete sviluppare la vostra libertà interiore e cambiare, se lo volete”. Nel periodo di detenzione “che deve essere tempo medicinale e non punitivo”, prosegue, “vi auguro di vivere bene umanissimamente il tempo”. Ricordatevi, aggiunge concludendo tra applausi non previsti solitamente al termine di un’omelia e quindi sinceri, “che avete futuro perché avete un presente. La libertà interiore non può toccarvela nessuno: giocatela con energia, adesso, nel presente”. Il direttore del carcere, Giacinto Siciliano, parla di un lavoro “faticoso, ma senza risparmio di energie, per una sempre maggiore umanizzazione dell’esperienza carceraria”. Perché “aprire le celle non basta. Serve dare senso a un tempo sempre uguale, riempiendolo con occasioni di crescita”. Partendo da una convinzione: “il carcere non deve essere un luogo di pena, ma un luogo di uomini”. E di speranza, aggiunge il Comandante della Polizia penitenziaria di Opera, Amerigo Fusco, citando il motto delle guardie: “Garantire la speranza è il nostro compito”. Al termine della celebrazione Scola ha atteso i detenuti nel corridoio per stringere le loro mani, uno per uno, prima che rientrassero nei loro alloggi.

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