“Giornalista testimone”: il cardinale Angelo Scola dialoga con Domenico Quirico

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“Vedo, sono presente, racconto e piango. É nella commozione che nasce il mio diritto di raccontare come giornalista”.

Con queste parole sabato 25 gennaio, all’ Istituto dei Ciechi di via Vivaio 7, l’inviato della Stampa Domenico Quirico ha ripercorso il suo “essere giornalista”, intervistato dal cardinale Angelo Scola. L’incontro con gli operatori dell’informazione è stato organizzato in occasione della festa del patrono dei giornalisti, San Francesco di Sales.

“Il mio concetto di giornalismo è semplice come la mia fede: cioè, scrivere ciò che uno vede, essere presenti laddove l’uomo soffre. Raccontare il dolore è una cosa molto complicata, che richiede molta onestà, e la prima onestà è di vederlo e condividerlo. Non si racconta chi soffre se non soffri anche tu. Allora, o lo faccio in questo modo o faccio un altro mestiere”, aveva detto Quirico a Radio Vaticana nel settembre 2013, dopo la liberazione dal rapimento in Siria, avvenuto mentre documentava il conflitto nel paese mediorientale.

Il dialogo sulla figura e sul ruolo del “Giornalista, testimone” ha preso il via dal concetto di “testimonianza” delineato dall’Arcivescovo nella sua Lettera pastorale “Il campo è il mondo”:

«Il testimone fa crescere la libertà, soprattutto la libertà da se stessi, dal proprio progetto, dall’immagine di sé che si sogna. Il testimone impara a conoscere in modo appropriato la realtà, ne scopre, sulla propria pelle, la verità e la comunica ai fratelli».

Richiamando uno scatto fotografico di Steve Mc Curry, Quirico spiega come la sua scrittura si cibi anche della sofferenza e dell’immedesimazione col dolore della persona che racconta, motivando la scelta di campo di un cronista di guerra che decide di essere sul campo:

“E’ nella commozione che nasce la mia titolarità a raccontare le storie degli altri uomini. Io lavoro sulla sofferenza umana. La materia del mio giornalismo e’ il dolore. E io non posso ‘mangiare’ quel dolore se non sono lì con te. Non esiste altra possibilità. Questa è una necessità”.

Scola richiama i giornalisti, allargando la discussione, a non aver paura di portare nella cassetta degli attrezzi la ‘capacità di commuoversi’:

“Si può conoscere solo con la testa? No. La conoscenza se non è commossa e sempre separata, astratta”.

La strada da percorrere è quella della testimonianza, spendendosi in prima persona.

“In una società plurale come la nostra ci sono tanti punti di vista diversi, la verità è complessa, il nostro limite e’coglierla. Certamente viviamo in un epoca di grande travaglio – biotecnologie, incomprensibilità della finanza, meticciato – questo ci chiama a metterci la faccia. Dobbiamo partire dal nostro quotidiano dal nostro limite, dai nostri affetti e giocarci in prima persona”, sottolinea il cronista della Stampa.

Senza dimenticarsi di sottolineare il ruolo dell’etica e della responsabilità della professione.

“C’è un giornalismo che ferma le guerre, come accaduto in Algeria ad esempio. In Siria, invece, il dovere di testimoniare non ha funzionato. Non abbiamo tenuto fede a quel rapporto di responsabilità morale con le persone che raccontavamo. Coscienza vuol dire azione, scelta. In Siria non è diventata commozione. Poi certo ci sono anche le responsabilità delle cancellerie, ma, ribadisco, questo rapporto non ha funzionato”, spiega Quirico.

Quasi a voler ridimensionare la sua terribile esperienza, ricorda la tragedia dei 22 milioni di persone ancora oggi ostaggi in Siria e il dolore arrecato alla moglie, alle figlie, agli amici.

“La colpa è fare una cosa creando sofferenza in persone che non hanno scelto, indifese. Alla domanda se ne vale la pena io non ho trovato risposta… Il giornalismo è un continuo fare e disfare, tutti i giorni si ricomincia ed è lì la magia”, conclude Quirico.

Non bisogna aver paura di raccontare la parte sbagliata, le zone buie, le periferie dell’umanità.

“Non deve spaventare la ripetizione del quotidiano perché è normale nella nostra finitudine entrare nella profondità del reale passo dopo passo ripetendo i nostri gesti nella dimensione costitutiva del nostro io”, sottolinea il Cardinale.

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