Stamina e la “particella di Dio”, se il (cattivo) giornalismo scientifico strilla ma non comunica

Intervista a Fabio Turone su Piazza Digitale

Con efficacia giornalistica l’hanno chiamata “particella di Dio”, ispirandosi al libro del fisico premio Nobel Leon Lederman The God-dam particle, cioè “Particella maledetta”. Un esempio come tanti nella “piazza digitale” di Internet, dove a scrivere sono sempre più persone, anche diffondendo notizie non completamente verificate. E, nel campo della scienza e della medicina, i titoli strillati e le semplificazioni fanno più rumore dei contenuti.

Se da una parte l’accesso alle fonti è facilitato anche per i non addetti ai lavori, «diventa ancora più difficile filtrare tutte le informazioni e dare loro un senso compiuto», spiega Fabio Turone, giornalista scientifico direttore di Agenzia Zoe e presidente di Science Writers in Italy (SWIM).

Quando l’argomento è complesso e delicato, come quando tocca la sfera della salute, «la “concorrenza sleale” di chi promette soluzioni semplici e immediate a problemi complessi ha gioco facile nell’attirare l’attenzione, e con essa click e risorse pubblicitarie, mentre il giornalismo serio e responsabile è sempre più in difficoltà», continua Turone.

Cambiano le tecnologie e i supporti informatici, e quelli che soffrono di più sono proprio i giornalisti scientifici, perché gli argomenti di cui si occupano richiedono competenza e aggiornamento, a fronte di una continua discesa degli stipendi. «È difficile farsi sentire quando si cerca di parlare con un tono di voce non strillato. E lo è ancora di più quando occorre essere onesti con chi cerca su Internet un filo di speranza per situazioni personali in cui c’è purtroppo ben poco da fare. Molto materiale diffuso online è frutto di iniziative pubblicitarie più o meno mascherate, che puntano a promuovere prodotti su cui qualcuno guadagna», spiega. Nel caso della cura Stamina, ad esempio, «mi pare che il web abbia perlopiù ospitato schermaglie tra opposti schieramenti, senza riuscire a fare presa sulla fascia di popolazione più sensibile alle facili promesse veicolate in televisione dai servizi delle Iene».

Per verificare la fondatezza di una notizia scientifica e la credibilità di una fonte, lo strumento che non può mancare nella cassetta degli attrezzi di un giornalista scientifico è la letteratura di settore, consultabile attraverso i database come Medline, che di ogni ricerca pubblica un breve estratto. «Se si vuole approfondire, occorre quasi sempre pagare molto per avere accesso alla ricerca completa, e per questo motivo l’associazione che presiedo ha stipulato accordi con alcuni grandi editori per offrire ai suoi iscritti l’accesso gratuito», chiarisce.

Non si possono dimenticare, però, il dialogo con i colleghi italiani e stranieri, la partecipazione a eventi e congressi e il dibattito sulle piattaforme web. Come avviene in Gran Bretagna, Australia, più di recente in Germania e si sta cercando di avviare in Italia, con il Science Media Centre, «un organismo indipendente, finanziato da enti pubblici e fondazioni, che fornisce supporto informativo a 360° ai media che devono coprire notizie, specie se controverse, in cui l’aspetto scientifico è rilevante», spiega Turone.

Nell’era di Internet, chi è quindi il giornalista scientifico? Parafrasando quello che diceva Churchill della democrazia, «è un giornalista consapevole del fatto che la scienza è il peggiore sistema per conoscere il mondo in cui viviamo, se si eccettuano tutti gli altri che sono stati sperimentati». Con alcune caratteristiche specifiche, come «l’essere abbastanza amico della scienza da conoscerne i meccanismi, e il primo a ricordarne a tutti, scienziati compresi, anche i limiti», che diventano significativi per esempio quando la miglior risposta scientifica disponibile conserva ancora un ampio margine di incertezza e ogni decisione comporta comunque un rischio.

Allo stato attuale Internet consente di rafforzare i legami esistenti, ma «occorre ancora lavorare per rendere la scienza interessante e comprensibile per un pubblico davvero ampio», conclude Turone. La sfida, scientifica e non, resta aperta. Perché per chi scrive di scienza i classici ingredienti del buon giornalismo, sempre necessari, spesso non sono più sufficienti.

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